Si torna a parlare di Una novella patria dello spirito la mostra che, dopo la tappa a Gorizia della scorsa primavera, riporta ora all’attenzione dei fiorentini un nucleo meno noto della raccolta del Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi. Le stampe sono infatti quelle della collezione di Emilio Mazzoni Zarini, un artista meno noto al grande pubblico che divenne, una volta che Celestino Celestini partì per il fronte, l’erede della prima cattedra italiana d’incisione istituita proprio a Firenze nel 1912. Investito di tale incarico, Zarini raccolse opere di allievi e amici, giunti a Firenze proprio sulla scia di quella rinascita dell’attività incisoria che stava attraversando, seppure in ritardo, il nostro giovane Paese. Alla donazione giunta agli Uffizi nel 1949 si sono uniti poi gli acquisti promossi, lo scorso anno, dagli Amici degli Uffizi.
Benvenuto Disertori, Veduta di Roma da Magnanapoli, 1918
La selezione di incisioni esposte a partire dal 14 dicembre, racconta l’arrivo a Firenze di tanti giovani di frontiera, spinti in queste terre dal desiderio di ritrovarvi la matrice dell’italianità. A fare da volano fu poi l’internazionalità che, nei primi decenni del nuovo secolo, si palpava nei salotti e nelle istituzioni fiorentine.
Complice di tale rinato fermento attorno alla tecnica incisoria fu la riscoperta dell’acquaforte, inaugurata prima a Venezia grazie alla presenza di James McNeill Whistler, e incoraggiata dall’attenzione che le Biennali veneziane le mostrarono già a partire della seconda edizione. Non mancarono poi le riviste a riverberare la nuova fortuna dell’incisione, come è il caso ad esempio di Emporium che beneficiò degli interventi di Vittorio Pica, il curatore di molte mostre della Biennale di Venezia dedicate al Bianco e Nero.
Edoardo del Neri, Studio di testa, 1913
Una data cardine fu il 1911, l’anno delle celebrazioni dei primi cinquant’anni dell’Unità d’Italia. Prima dei futuri rigurgiti nazionalisti, il giovane Paese tentava di affacciarsi alla ribalta europea proponendosi anche attraverso l’arte. Si moltiplicarono pertanto le mostre ed andò incrementandosi l’attenzione rivolta all’incisione, il materiale più facile da spostare e che permetteva, inoltre, una lettura probabilmente più vicina alla sensibilità contemporanea.
Fabio Mauroner, Il cipresso di Michelangelo, 1913
Nella Firenze che, come abbiamo visto, due anni prima aveva visto la nascita della prima cattedra italiana dedicata all’incisione, nel 1914 fu promossa dalla Società di Belle Arti di via della Colonna una grande mostra che accolse materiali provenienti da tutto Europa, a dimostrazione di quella tangibile internazionalità e desiderio di apertura di cui Firenze era imbevuta. Se i primi due decenni del Novecento si mossero ancora sulla scia della rinascita tardo ottocentesca del Paese, tutto venne velocemente spazzato via con l’avvento della Grande Guerra. E fu proprio per sfuggire al richiamo della leva che tanti giovani artisti di quelle terre di frontiera, triestini, trentini, goriziani, si spostarono a Firenze alla ricerca di un nuova chance dal respiro internazionale.
 Giannino Marchig, La giostra, 1919
Firenze, a pena conosciuta, fu una novella patria del tuo spirito. E l’antica parve dimenticata. Qui l’aria sottile cristallizzava le forme, disegnava con un fil di capello spigoli e profili…E i tre e quattrocentisti affresca tori ti insegnarono le squisitezze del nuovo idioma idealizzatore della linea di contorno.
In poco e pregnanti parole il giovane critico Sergio Ortolani scrivendo a Giannino Marchig, uno dei protagonisti di questa nuova generazione, fece il sunto delle nuove tendenze maturate in seno agli interessi di quei giovani artisti, spazianti dalla ritrovata linearità, fino ad una semplificazione formale che diverrà propria degli anni Trenta del secolo. Affetti da una nuova forma di “neopurismo”, a tali artisti risultava quanto mai familiare, dopo aver osservato la linearità di Klimt a Vienna, ritrovare ora a Firenze una più antica solidità delle forme nella pittura di Masaccio e di quei padri, calcando i passi di un “pellegrinaggio” indirizzato alla ricerca della matrice identitaria dell’italianità.
Giannino Marchig, Quintilia, 1920 circa
Reduci da apprendistati presso scuole di grido -per i trentini quella di Monaco e per i triestini quella austriaca- tali artisti giunsero a Firenze carichi di un bagaglio tecnino di prim’ordine come dimostra, ad esempio, lo Studio di testa del 1913, saggio finale del goriziano Edoardo Del Neri al termine degli studi presso l’Accademia viennese. Una volta in città non poterono fare a meno di accostarsi all’attività dell’Accademia, la cui cattedra incisoria era appunto presieduta, a quei tempi, da Emilio Mazzoni Zarini.
Comunanza di temi, soggetti e interessi e ciò che si evince nelle opere artisti come Giannino Marchig, Fabio Mauroner, Edoardo Del Neri, Benvenuto Disertori e molti altri, forse coinvolti in una sorta di cameratismo inconsapevole che li portava a guardare, seppure con sguardi diversi, tutti nella medesima direzione. La figura, il ritratto della medesima modella condivisa per abbattere i costi, un paesaggio talvolta ancora legato a tendenze simboliste, e infine l’idea più cronachistica dei caffè fiorentini che erano nelle loro corde tanto quanto lo erano stati quelli triestini o viennesi. Condividere esperienze ed aspettative non doveva, pertanto, suonare strano a questi giovani che a Firenze si ritrovavano come intellettuali di frontiera, coinvolti nella medesime temperie internazionale di una città ancora vivissima e piena di istituzioni scoppiettanti.

La doppia esposizione che fa ora tappa a Firenze va a sanare una lacuna, offrendo uno studio attento e interessante su un frangente storico-artistico finora poco conosciuto.


Data fine:09 February, 2014 Sito web:http://polomuseale.firenze.it/mostre/mostra.php?t=52836651f1c3bc6c120004e6